Museo Mavi: l’identità visiva dell’Irpinia passa per il vino

L’identità visiva dell’Irpinia passa per il vino: in un’etichetta tutto quello che possiamo comunicare al mondo
La famiglia dell’azienda agricola Candriano – Torella dei Lombardi – ha scelto di affidarsi alle mani esperte dell’architetto e wine designer Clelia Cipolletta che nel suo progetto per le bottiglie (tutte destinate al mercato statunitense) ha coinvolto il meglio di questa terra: dal fotografo Alessandro Follo, a Paolo Saggese con la poesia del padre Giuseppe, fino al MAVI di Lacedonia per la foto dell’archivio di Frank Cancian: così questo Aglianico riflette natura, storia e cultura attraverso una texture che ricorda i pizzi sull’abito scuro delle contadine irpine e i proverbi in dialetto impressi sulle scatole di legno. Ruralità e suggestioni: se questa provincia sta ancora pensando al lancio del suo brand, ecco una grande lezione da seguire.

 

Madonna contadina
E’ qui la pietra santa,
Madonna contadina
per l’erta, stanca
dopo un giorno di fatica
con il bambino in braccio
e some di frasche sul capo
qui posò la mano

Questi versi del poeta Giuseppe Saggese – recuperati da suo figlio Paolo – sublimano il concept dell’identità grafica fortemente voluto dall’azienda agricola Candriano. Ad accompagnarli c’è una fotografia gentilmente concessa dal Museo Antropologico Visivo Irpino – il Mavi di Lacedonia – che Antonia Pia e Tonino Pignatiello hanno selezionato direttamente dall’archivio di Frank Cancian. Le immagini – che potete scorrere in basso – sono state scattate dell’artista e fotografo di Sorbo Serpico, Alessandro Follo. A fare da deus ex machina in questo progetto, mettendo insieme valori e talenti, è l’architetto e wine designer Clelia Cipolletta che ci ha fatto da guida nel nostro viaggio attraverso la cultura enologica in cinque tappe, che trovate qui.

Dove siamo? A Torella dei Lombardi e Candriano è il nome di un’azienda agricola gestita da una giovane famiglia di viticoltori. Poco più di 2 ettari di terreno e un patrimonio di saperi tramandati di padre in figlio. Spinto dall’amore per la natura e dalla voglia di produrre prodotti buoni, Antonello Salerno lavora la terra preservando il più possibile le colture esistenti – vite, ma anche olivo – evitando l’utilizzo di sostanze chimiche e rispettando l’ambiente.

Il risultato di tanta passione e di un lavoro duro è la produzione di un vino rosso tipico di questa terra: l’aglianico, vinificato tradizionalmente – raccolta manuale, bassa produzione, selezione delle uve – seguendo pratiche enologiche leali e costanti e in parte tecnologicamente impegnative. La produzione è di circa 7mila bottiglie di vino a denominazione di origine controllata “Irpinia”, sottozona Campi Taurasini, in edizione limitata e numerata, destinate esclusivamente al mercato statunitense, seguendo quel filo rosso che continua a legare Torella dei Lombardi, patria di Sergio Leone, all’America.

L’identità visiva aziendale non poteva non riflettere natura, storia, cultura di questo luogo e la tradizione agricola sostenuta con orgoglio dal titolare, ma in maniera astratta – non certo figurativa-, in modo che il brand sia riconoscibile, forte, elegante e moderno, e anche tecnicamente riproducibile, come ci ha spiegato la sua creatrice: «Ideare un’etichetta non può essere solo un fatto estetico, per me è importante trasmettere i concetti legati alla storia della famiglia, del territorio di produzione e del vino. Nel progetto incidono la qualità tecnica, le finiture e i materiali utilizzati, ma è fondamentale il racconto e la sua comprensibilità a colpo d’occhio. Il vino è emozione, racconto, storia, tradizione con una infinita diversità. Se salviamo questi valori, qualsiasi interpretazione, anche minimale, va benissimo».

Lo studio successivo delle etichette e del packaging ha fatto si che questo concetto di ruralità si sviluppasse attraverso un design capace di produrre evocazioni e suggestioni, senza per questo essere ampolloso. Reiterando il logo si è creata una texture che ricorda i pizzi sull’abito scuro delle contadine irpine – quelle fotografate dall’antropologo Frank Cancian nel 1957 e descritte dalle parole di Giuseppe Saggese – che viene utilizzata per decorare le bottiglie alte e slanciate e anche le scatole in legno, su cui compaiono proverbi di saggezza popolare, riportati in dialetto con la loro traduzione in inglese.

L’etichetta è preziosa nelle finiture, lo stile diventa moderno e minimalista attraverso l’uso del grafismo geometrico fatto solo di due colori: quello naturalmente vinoso del mosto per il ricamo lucido stampato a rilievo sul nero della carta dalla caratteristica tattile particolare: «Un’etichetta nasce da uno studio approfondito dell’azienda, degli obiettivi e delle ambizioni della proprietà, del posizionamento sul mercato e di molte altre variabili. Ma non solo – continua Clelia Cipolletta – i miei lavori quasi sempre hanno bisogno di tempi lunghi, di visite alla cantina per raccogliere e valutare una quantità di informazioni, ma adoro visitare le vigne, il paese: ci torno da sola anche più volte. Sono appassionata dell’Irpinia, cioè viaggio molto, quasi sempre seguo itinerari enoici, Bordeaux, Porto, Pantelleria, ma questa è la mia terra. La realizzazione creativa viene dopo: l’idea arriva quando vuole e anche il processo esecutivo di stampa è impegnativo, faccio molte prove, ci vuole occhio, come per la sartoria, perché ogni volta si tratta di cucire un vestito su misura. Ed ecco che spunta la vena artigianale, gliel’ho detto che mia madre era sarta, come suo padre e il padre di suo padre?».

Perché questo racconto di territorio? Perché è questione di etichetta, di comunicazione visiva del vino e quindi dell’Irpinia: «Sono lontani i tempi in cui era un semplice rettangolo di carta incollato sulla bottiglia che doveva dirci il tipo di vino, l’annata e l’azienda produttrice.Oggi, nell’epoca dell’immagine – conclude Clelia Cipolletta – la vera etichetta è diventata la retro etichetta, dove sono riportate le diciture di legge (chi ha prodotto e imbottigliato, il contenuto, la gradazione alcolica, la denominazione d’origine e l’annata), gremita di testi a volte illeggibili e di simboli, mentre l’etichetta frontale, sempre più spoglia, essenziale, ridotta all’osso, a contrasti di colore, insomma, ad un design iconico, ha assunto la funzione di comunicare e dare l’immagine dell’azienda produttrice. In questa ottica, creare un’etichetta è diventato sempre più un lavoro da specialisti che coinvolge intelligenze, culture, linguaggi diversi, e azzeccarla, soprattutto per i vini che finiscono sugli scaffali delle enoteche, certo, ma soprattutto della grande distribuzione organizzata, è diventato fondamentale. Perché un’etichetta indovinata, una bella etichetta, fa la differenza e di conseguenza, anche se il contenuto dovrebbe essere più importante del contenitore, motiva il consumatore, aiuta a vendere».

Facciamo nostri i concetti illuminanti che arrivano da una delle protagoniste del wine design in Irpinia e vorremmo che fossero acquisiti anche in quell’universo che straparla del Brand Irpinia, senza aver chiaro che questa terra deve partire dalle basi, deve cucirsi addosso un vestito che sia a misura delle sue destinazioni e delle sue produzioni.

Quando le bottiglie di Aglianico Campi Taurasini Doc di Candriano arriveranno negli Stati Uniti saranno capaci di raccontare molto di quello che siamo, delle radici che ci tengono attaccati a questa terra, delle memorie e dei valori che ci identificano, lo faranno in una maniera autorevole e fiera che dà voce a grandi competenze.

Soprattutto sul marketing e sulla comunicazione ci sarebbe bisogno di investimenti: sono i contenuti che veicoliamo a generare valore. E un esempio su tutti potrebbe essere quello del vino: spesso tante aziende vitivinicole si lanciano così nel mondo dei social o aprono blog o inaugurano siti senza avere una chiara visione del settore di riferimento. Quali sono i punti di forza del mio prodotto e del mio territorio? Quali canali devo presidiare? Quali sono gli obiettivi che voglio raggiungere? Quando queste domande avranno trovato una risposta sarà più facile intercettare un pubblico. E probabilmente un cliente.

Perché nel tentativo di far diventare questa provincia un brand da proporre ed esportare si spara nel mucchio, in maniera improvvisata e carente, mentre avremmo bisogno di investimenti integrati e sinergici per migliorare e superare la mancanza di una proposta valida che renda questo territorio unico.

Quello che arriva dall’azienda agricola Candriano e dagli approfondimenti di Clelia Cipolletta è un insegnamento applicabile a diversi settori – da quello culturale a quello degli eventi, passando per le altre produzioni – sarebbe utile studiare il modello per cominciare a fare bene e in modo strategico.

di Maria Fioretti 

http://www.orticalab.it/identita-Irpinia-vino



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